mercoledì 23 marzo 2011

Tratto levante/ Rumore di matita/ Carta di riso

Domani, alle 18, 00, presso il Chiostro di Voltorre, inaugura la mostra "Tratto levante/ Rumore di matita/ Carta di riso di Gabriele Genini.
Saranno esposti i disegni realizzati da Gabriele in Giappone e a Firenze, ma anche altri taccuini di precedenti viaggi....
Accorrete numerosi, se potete... altrimenti avete tempo fino al 15 maggio per gustarvi l'esposizione con calma...




Tratto levante - Rumore di matita - Carta di riso
Mostra di Gabriele Genini

Chiostro di Voltorre, Gavirate
Dal 25 marzo al 15 maggio 2011
Inaugurazione giovedì 24 marzo ore 18,00
Orari: da martedì a domenica dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 14.00 alle 18.00
Per info 0332-731402
A cura di Cristina Taverna

venerdì 18 marzo 2011

Omaggio al Giappone

Kyoto, 2010

"...penso che sia il caso che a volte mette insieme le cose in modo sorprendente" (Cristina Taverna)


Un anno fa, di questi tempi, io e Gabriele, eravamo come petali rosati in bilico su rami di ciliegio, pronti a volare lontano.... Sognanti e trepidanti, euforici ed ancora increduli, ci preparavamo al nostro viaggio in Giappone, a lungo sognato e fantasticato, reso cosa reale dal supporto della Fondazione Bally per la cultura.
Su internet seguivamo con spasmodica apprensione il calendario della Sakura, fissavamo gli ultimi alberghi, ritiravamo il nostro Japan-Rayl-Pass all'agenzia, consultavamo con scoraggiamento le previsioni meteo che promettevano una primavera piovosa e fredda, nemica di quella Fioritura che desideravamo ammirare...


Le valigie piene, sempre più sature con il passare dei giorni e l'apprestarsi alla partenza... doni da offrire ai giapponesi che ci avrebbero accolto, rullini, macchine fotografiche, fogli, tanti fogli di carta, acquerelli, matite, pennarelli, guide turistiche, itinerario, mappe... del resto poco, sapevamo che lì avremmo trovato tutto, dallo spazzolino da denti alle ciabatte (nelle camere in cui avremmo alloggiato), dal sapone nelle stazioni ferroviarie alle informazioni necessarie per muoverci in un paese così diverso dal nostro  ma così accogliente e generoso.


Partimmo il 23 marzo dal piccolo aeroporto di Firenze, atterrammo a Tokyo il 24... curioso come il fato giochi a tracciare racconti fantasiosi, come il caso intessa coincidenze in cui la mente umana non può far altro che leggere la Volontà di un "Destino" superiore o solo bizzarro e scherzoso.
Il 24 marzo verrà inaugurata la mostra di Gabriele sul Giappoone (e non solo) al Chiostro di Voltorre... un anno esatto dalla nostro arrivo laggiù.
Neppure a volerlo e calcolarlo sarebbe capitato: ci hanno pensato il caso, le improbabili coincidenze, il corso degli eventi.... e noi lo abbiamo, con infantile stupore, scoperto solo oggi ed accolto come "buon segno" e positivo auspicio per la mostra che si terrà e per quel nostro viaggiare che adesso è divenuto anche attenzione da parte di altri...


Sorridendo, con aria sognante, ripercorro con la memoria il nostro viaggio, bellissimo, in una terra così straordinaria come quella nipponica...
...e il cuore non può far altro che frantumarsi contro il compatto e tagliente dolore di questi giorni, contro gli eventi catastrofici che si sono abbattuti su quella nazione e su di un popolo così straordinario come quello giapponese...


Da giorni, nella mia testa, rivedo i fotogrammi di un ricordo "registrato" a Kyoto...:
una bellissima ragazza che, nel vecchio centro storico, di fronte alle reti di protezione di un cantiere, cantava e a tratti urlava cose a me incomprensibili... ricordo che ci trattenemmo lì qualche minuto; Gabriele, taccuino alla mano, abbozzò il ritratto di uno dei tanti vecchi edifici illuminati con lanterne rosse che oggi ospitano ristoranti di lusso.
Sul primo pensai che la ragazza chiamasse un cane o un gatto, il suo animale domestico fuggito in zona inaccessibile a lei ... poi, con più attenzione e premura, compresi che il suo canto e i suoi incitamenti, le sue -talvota imperative (dal tono della voce)- parole, erano rivolte ai piccoli e scanchetici ciliegi che nel cantiere sopravvivevano e facevano capolino tra mucchi di sabbia e impalcature.... stava chiamando la Sakura, la richiedeva a squarciagola, la incitava, la reclamava, la evocava, a tratti la implorava...
Mi commosse, tanto da rimanere, quella voce, impressa nella mia memoria....


In quel canto e supplica ho trovato, racchiuso, sintetizzato, tutto quell'amore e rispetto che in Giappone ho trovato per la Natura... un amore esclusivo, un senso di stupore e meraviglia che fa a gara con lo sbalordimento dei bimbi...
La loro grazia, nel rapportarsi all'intorno creato, ha qualcosa di staordinario che tanto ha da insegnare a noi, occidentali, che consideriamo "La Natura" mero impedimento da domare e sfruttare.
La dignità, la compostezza, il senso di responsabilità e coraggio, che stanno dimostrando i cittadini giapponesi oggi, di fronte all'"oltraggio" che la natura gli impone, è qualcosa di incredibile e che personalmente non posso fare a meno di ammirare profondamente, stimandoli sopra ogni altra cosa, invidiandoli un poco sapendo che io non sono della "stessa stirpe"...
"Semplicemente sanno che nessuno, ricco o povero, nobile nato sotto i tre rombi dei baroni Mitsubishi venditore ambulante di patate dolci, sfuggirà all'incontro con la terra che trema e che pratica la democrazia del vulcano. Che ci saranno tributi da pagare al fatto di vivere in un arcipelago che deve tutto al mare e ai vulcani dai quali è stato creato." (Vittorio Zucconi su "Repubblica" 14/03/2011)


So che quando andrò all'inaugurazione della mostra di Gabriele, a Gavirate ("Tratto levante Rumore di matita Carta di riso"), in me risuonerà più di ogni altra cosa il ricordo del colore e del profumo dei ciliegi in fiore, le bellezze viste durante il nostro pellegrinare, il canto di quella ragazza sconosciuta che incitava la Sakura, di quella che a Tokyo rimase per più di un'ora in conteplazione di un fiore di ciliegio risparmiato dalla pioggia... e al tempo stesso il cuore si contrarrà in dolore pensando alla sofferenza che coraggiosamente i giapponesi affrontano oggi, in un paesaggio fantascientifico di distruzione che nessuno di noi può neppure immaginare....


Gaia Del Francia


"La lotta contro il terremoto si combatte con le piccole armi della organizzazione collettiva e della preparazione, non perché possa mai essere vinta, ma perché è la vita che è stata data da vivere. Un fatto d'onore." (Vittorio Zucconi su "Repubblica" 14/03/2011)

 

Tokyo, 2010

 

 

lunedì 14 marzo 2011

Tratto quotidiano Profumo di vino Struscio fiorentino


Piazza dei Ciompi, Loggia del pesce, 2011


Dei Carnets di Viaggio e dell'abilità che Gabriele possiede nel rendere cosa viva un disegno, cogliendo l'anima di un paese straniero anche con pochi tratti, ne ho già parlato (qui). Lo sottolinea la signora Cristina Taverna nella sincera e delicata introduzione che ha scritto per il taccuino del Giappone  "Tratto levante Rumore di matita Carta di riso", che sarà presentato nell'ambito della mostra omonima (presso il Chiostro di Voltorre, dal 25 marzo al 15 maggio)... non starò quindi a ripetermi o a tessere elogi che altri hanno fatto meglio di me.

Quando viaggiamo abbiamo gli occhi spalancati su mondi nuovi ed esotici, diversi (più o meno) dal quotidiano che ci circonda e cui siamo abituati... E' "facile" accostarsi con stupore e meraviglia all'inconsueto, all'insolito che offre un viaggio in territori altri. Risulta naturale osservare le piccole o grandi "stranezze" (che ciò risieda nel design di una bustina del tè o nell'architettura di un tempio , nel modo di vestire o nell'estetica di un piatto) e quindi il ritrarle con uno scatto fotografico o un veloce schizzo. Una teiera, un passante, una mucca stesa lungo il ciglio della strada, il gioco di un bimbo o il lieve scorrere di una feluca, colpiscono il nostro sguardo e catturano l'attenzione: acquistano "da soli" l'importanza d'essere immortalati, rappresentati su carta, impressi nella memoria...
Ma cosa accadrebbe se ci chiedessero di "descrivere", rappresentare, disegnare, fare un "carnets de voyage" del posto in cui  viviamo? "Viaggiare" nel consueto di tutti i giorni?
E' accaduto a Gabriele Genini, quando gli è stato proposto di esporre, alla mostra che si terrà al Chiostro di Voltorre, non solo i carnets del Giappone ma anche un lavoro sulla città in cui, gran parte del suo tempo, vive da dieci anni: Firenze.
Una bella scommessa, un lavoro difficile e stimolante quello di percorrere le strade, le piazze, i mercati, i giardini, i luoghi quotidiani, con occhi diversi, con lo sguardo del viaggiatore ....
Facile sarebbe stato ritrarre quei meravigliosi siti che rendono Firenze città unica al mondo, bellissima e più di ogni altra visitata da turisti di tutto il globo. Il Ponte Vecchio, la cupola del Brunelleschi, S. Croce, i Lungarni, il meraviglioso panorama che si gode dal piazzale... ma non è nello stile di Gabriele tracciare il carattere di un luogo disegnando ciò, quello che più o meno tutti (dai pittori lungo la strada ai grandi artisti) hanno fatto, spesso meglio di quanto potrebbe lui. Non si consuma nè si esaurisce sui  monumenti o i paesaggi il suo sguardo, non è mai accaduto... E' piuttosto con i particolari, il quotidiano e il meraviglioso che appare di sguincio, che Gabriele riesce ad offrirci  l'anima del luogo che ritrae....
...e così ecco, ecco che del suo "viaggio in Firenze" raccogliamo-accogliamo prospettive insolite (e lo dice una fiorentina!)...
La cupola c'è, ma vista dalle Oblate, in mezzo a studenti che studiano, ci sono i lungarni... ma non si vede il Ponte Vecchio, piuttosto vediamo i palazzi o la torre di S. Niccolò in lontananza, assaporiamo il verde dei giardini, ma non Boboli o le Cascine, piuttosto il giardino di San Salvi o il parco di Villa Stibbert; ci sono, negli "appunti illustrati" di Gabriele, i mercati (quelli alimentari, come S. Ambrogio o il Mercato Centrale) ma anche le fierucole o quelli mensili, nostro appuntamento fisso ("l'antiquariato" alla Fortezza o ai Ciompi)... ci sono tanti vianini e vinattieri, di quelli che si trovano per le vie del centro, da secoli, la libreria (o le bancarelle di libri usati) e la tabaccheria di Giovanni, "fornitore ufficiale" delle nostre pipe e del fumo di qualità.... una Firenze insolita (almeno per chi si aspetta "le grandi opere") ma forse più viva e vera.

Da fiorentina guardo i suoi disegni e mi ci ritrovo, provo sollievo e gratitudine, mi riconosco nella città che ha disegnato... negli schizzi di Gabriele c'è l'anima bella di Firenze, la "mia città", così deturpata dal turismo, straziata e castrata da incompetenti amministrazioni, così "ricca" eppure così difficile da valorizzare e da vivere ogni giorno ...

Questo lavoro ci ha portato a "studiare" (o "ristudiare") la storia di Firenze, a riscoprirla, "guida alla mano", come solo si fa con paesi stranieri... ci hanno intrigato soprattutto gli aneddoti, le curiosità, le storie buffe o solo inventate, favoleggiate o mitizzate, che ci circondano e che senza saperlo respiriamo ogni giorno...
E' stata una bella occasione per riscoprire, con occhi ingenui, questa città che sfioriamo quotidianamente e distrattamente...
e che adesso possiamo assaporare grazie ai disegni di Gabriele Genini....
Gaia Del Francia

"Libreria Martelli", Firenze, 2011
Biblioteca delle Oblate, 2011


lunedì 7 marzo 2011

Filo doppio



Lo studio è piccolo, 15 m2 soltanto, un coriandolo, una briciola di città celata tra le strade strette di S. Ambrogio... eppure, nonostante la manciata di centimetri che è, s'è fatto grande come un regno.
Incredibile come "più roba ci infili dentro e più lo spazio s'allarga"! Adesso che è pieno (ma non ancora saturo) sembra più ampio del principio, di quando era spoglio e vuoto di tutto ....
Non solo atelier, studio, laboratorio d'arte, ma pure "stalla" per Silver (la bicicletta storica di Gabriele), succursale della mia libreria (una parte di cataloghi e volumi d'arte si sono trasferiti lì, facendo posto a frotte incombenti di romanzi fino a ieri alloggiati a casa, per terra o sotto il letto, impilati a modo ma sofferenti), nido per ninnoli o souvenirs dei viaggi, soprattutto luogo di scambio, d'incontro, dove s'affollano racconti, ricordi, progetti e idee... quest'ultime, più che tutto il resto, sembrano avere il potere di moltiplicare gli spazi...

Prima di acquistare il fondo in via delle Conce sognavamo decine di metri quadrati, ricamavamo con la fantasia progetti megalomani su come e quanto avremmo riempito o fatto in quei chilometri: un patchworks di propositi che spaziava dal cucito all'incisione, dalla pittura alla camera oscura, dalla scuola d'arte a rifugio nel centro della città (un po' bohemienne, lo ammetto).... poi, i prezzi degli immobili fiorentini ci scoraggiarono, le visite a fondi sparsi per la città (ed in periferia) compatibili con il nostro budget ridimensionarono i sogni, comprimendoli a vaghe speranze o lontanissime utopie....
Il QUARANTASETTEROSSO fu innamoramento da subito. Piccolo ma luminoso, situato in uno dei quartieri più straordinari di Firenze, ci convinse senza indugi, certi che sarebbe stato un buon posto per fare, da riempire con la creatività più che con gli oggetti, da colmare con l'accoglienza più che con una solitaria operosità, da stipare con la bellezza più che con centinaia di cavalletti e pennelli....
Mi rende euforica constatare come, con il tempo, l'atelier si popoli d'opere e di ospiti, di lavori di Gabriele e della presenza di amici che vengono "solo" a vedere o talvolta a lavorare lì.
Lo scambio, il confronto, i pareri o i giudizi (non necessariamente positivi), sono la grande ricchezza che ci offre il QUARANTASETTEROSSO...

Quando Gabriele lavora ed è allo studio, la porta è sempre aperta per accogliere i curiosi, i visitatori, gli amici, i collaboratori.
Nel popolato e frequentato quartiere di S. Ambrogio transita di tutto, succede di fare interessanti e sorprendenti incontri, anche solo nel tempo in cui ci si fuma una sigaretta davanti alla porta o dipingendo una tela a ridosso della finestra per carpire tutta la luce possibile. Capita che venga a far visita Pancino (il falegname di via dell'Agnolo), oppure un barbone stralunato, un turista sperduto in cerca di informazioni o un bimbo curioso... ma, pure, un'insegnante della scuola americana desiderosa di narrare il suo sconforto e frustrazione o una ceramista entusiasta della sua bottega nei dintorni...
Capitano persone bramose di raccontare e raccontarsi, ma anche qualcuno che ha solo voglia d'ascoltare e guardare, sbirciare l'interno...  da lì poi fioriscono discorsi, scambi d'idee o racconti.
Il QUARANTASETTEROSSO è un'officina, un luogo che prende e dà, in continuo mutamento, che si realizza nel confronto e nell'operare di Gabriele. Generoso e attento, cordiale e curioso dell'intorno, fiero ed orgoglioso (ammettiamolo) del suo lavoro ma aperto a critiche o esagerati-spropositati complimenti, Gabriele riesce a rendere fruttuosa e bella ogni opportunità di scambio con chi s'accosta allo studio e al suo lavoro...

Avventori, amici, ma soprattutto collaboratori, arricchiscono la creatività di questo luogo.
La possibilità di poter "operare" o "intessere progetti con Sara Vettori (artista, gioielliera, scenografa, musicista, Donna impegnata, neo violinista, studentessa d'accademia ai tempi e collega di Gabriele adesso) è un qualcosa di straordinario, che da solo ripaga i sacrifici dell'investimento fatto per acquistare quel fondo.
Dal confronto, dalla cooperazione e scambio di idee tra Gabriele e Sara nascono cose entusiasmanti, progetti che pure io (fantasiosa e pragmatica) fatico a concepire o solo sperare....
e questo è bellissimo.
Vederli lavorare insieme, in una collaborazione che li arricchisce e stimola a vicenda, senza l'inconveniente del sottrarre valore l'uno o l'altra, miscelati in un tutto perfetto e senza "grumi", in un 2 che è più della somma di due 1.... ecco, questa mi pare una stupenda magia ... e ne sono grata.

Aspettiamo con ansia, al QARANTASETTEROSSO, tutte le altre presenze che, e lo sanno, essere desiderate, attese, sperate....
dal loro operare (anche inesperto) e condividere, certo ne verrà fuori meraviglia....

"Due non è il doppio
ma il contrario di uno,
della solitudine:
Due è alleanza, filo doppio
che non è spezzato"
(Erri De Luca, "Il contrario di uno")

Gaia Del Francia


giovedì 3 marzo 2011

Il Gusto del Viaggio



Giappone, Kyoto, 2010
Giappone, Kyoto, 2010


Ho sempre amato cucinare.
Mi procura felicità impastare sapori, amalgamare aromi, creare pietanze da un insieme esiguo di ingredienti, trasformarli, mescolarli, cuocerli per farne altro, una somma che è certamente più delle singole parti. Mi fa sentire simile ad un alchimista, ad un mago, ad un artista, e questo mi piace, rende incantevole un operare che per molti è mera necessità quotidiana.
L'attesa davanti al forno acceso, ammirando con stupore una torta che lievita o i biscotti che imbruniscono, ha per me un sapore di gioia pura, dolcissima, infantile forse.
Mi appaga creare buon nutrimento, condividerlo con le persone care, deliziare occhi, nasi e bocche con un'opera deperibile ed effimera come lo è il cibo.
Mi piace (e riesco, spero) ad esprimermi così, attraverso una pietanza, a comunicare qualcosa a coloro che condividono il desco con me, attraverso i piatti che cucino, foss'anche solo il sentimento vago di Bello e di Buono che sento dentro.

Viceversa sono ingorda di sapori altri, curiosa di discorsi stranieri impastati in quel luogo alchemico che è la cucina (in ogni parte del modo esiste!), insaziabile nel senso del gusto come qualcuno può esserlo con la vista o un cieco con il tatto.
Il cibo ha per me valore di proclama, di poesia talvolta, di romanzo, spesso di saggio storico o antropologico.
Quando viaggio cerco di lasciare a casa la memoria del gusto familiare, insieme ai preconcetti o pregiudizi che ho verso il paese, a tutte le conoscenze apprese e con cui amo informarmi prima di partire. Cerco d'accostarmi alla terra straniera, e più o meno lontana, con una sorta d'ingenuità curiosa, come un bimbo che s'avvicina al mondo gustandosi l'intorno sconosciuto.

Mio padre, Piero, ha imparato da ragazzino la storia sui francobolli. Da un hobby e una passione ha appreso i grandi e piccoli rovesci dei paesi. Su minuscoli "pezzetti di carta colorata" ha decifrato, con la curiosità e l'acutezza d'un adolescente, la Storia dei paesi, ne ha appreso i regnanti, le date chiave, il gusto estetico, talvolta nozioni sulla flora e la fauna del posto, talaltra sull'arte e la letteratura celebrati da una nazione...
Io applico la stessa cosa al cibo... mi piace leggere nel gusto di un piatto esotico le geografie del paese, le religioni, le usanze, le abitudini e le filosofie-alchimie che lo hanno reso possibile.
Dalle pietanze aprendo se quella  è terra di mare o di fiume, di collina o di montagna. Bendata, potrei dire con il gusto d'un assaggio se è paese caldo e umido, se invece arido e avverso. Coltivatori o allevatori? Pescatori o cacciatori? la risposta è "sulla lingua".
Sebbene la scelta del vegetarianesimo (che pratico da quasi 20 anni) mi precluda tanto, con il tempo ho appreso ad assaggiare anche solo con gli odori. Il profumo che emana una cucina è unico e non ignorabile.
Amo collezionare sapori nell'archivio della memoria.

Sfogliando il mio archivio fotografico ho scoperto diverse foto scattate, durante i viaggi, a persone che mangiano... le trovo interessanti, anche se non bellissime a livello tecnico, Il mangiare, in fondo, è la controparte del cucinare... perchè se il cucinare equivale a comporre o s'avvicina allo scrivere col cibo, allora il mangiare s'accosta all'ascoltare, al leggere un testo di sapori...ed anche quello racconta molto sul posto.
Mi piace guardare la gente che mangia. Come, cosa, dove mangia, narra tantissimo su la persona che è, sul paese in cui abita, sulla filosofia di vita di cui fa parte...

Gaia Del francia

Repubblica Ceca, Praga. 2007
Francia, Parigi, 2006
Laos, 2008
Laos, Muang Ngoi Neua, 2008
Giappone, Takayama, 2010
Giappone, Nara, 2010
"L'assetata", India, deserto del Thar, 2007


domenica 27 febbraio 2011

IL DI-SEGNO DEI PASSI, ovvero l'evoluzione dei carnets de voyages di Gabriele Genini



Di carnets di viaggio, Gabriele Genini, ne ha realizzati ormai diversi.
E' dal 2005, in fondo, che matite e pennelli vagabondano con noi, in terre più o meno lontane ed esotiche, alla stregua d'inseparabili compagni di viaggio più che di accessori trasportati in valigia.
Sfoglio sempre con rinnovato piacere il carnet della Turchia, uno dei primissimi. Provo affetto e tenerezza verso quei disegni in bianco e nero, tracciati a pennarello, "grossolani" forse, senza troppe rifiniture. Il tratto disadorno ed essenziale, le linee spesse, l'assenza di colore, ben ritraggono il paesaggio arido e lunare della Cappadocia, uno dei luoghi più straordinari e magici che abbia avuto la fortuna di visitare.
Nel 2006 apparì il colore. "L'autunno dorato" e variopinto della Polonia fece dischiudere la scatola degli acquerelli come un tardivo frutto settembrino. La danza di gialli e rossi sulle foglie degli alberi nei grandi parchi di Varsavia, le case dai mattoni rosati di Toruń e quelle variopinte di Danzica o Cracovia, esigevano che Gabriele vincesse il timore reverenziale verso l'aquerello... e così è stato. 
Da allora la borsa del pittore-viaggiatore ne è sempre provvista, sia che si parta per lunghi viaggi sia per quelli di pochi giorni, fuori porta.
A Praga comparve la matita e il pennarello s'affinò, lo richiedevano le forme dolci e flessuose dello stile liberty e il fascino cupo e misterioso del cimitero ebraico.
In Giappone, spesso, il pennarello lasciò il posto al pennello a china e l'acquerello si diluì e sfumò, per mescolarsi alla Sakura e al mondo fluttuante che ci circondava...


Ciascun taccuino ha uno stile proprio, qualcosa s'aggiunge e qualcosa si perde rispetto al precedente e al successivo.
I carnets di Gabriele sono cosa viva, il suo stile è mobile, vario, sempre azzeccato. I suoi non sono semplici paesaggi o ritratti, non sono la mera istantanea di un momento o di un luogo, il frammento di un mondo più o meno altro dal nostro (come possono essere invece le mie fotografie), somigliano piuttosto a racconti narrati col colore, a sensazioni descritte col pennello. E' come se Gabriele cogliesse l'anima dell'intorno, il carattere del luogo, il vivere dei suoi abitanti, e riuscisse a renderlo tangibile a noi con i suoi disegni.
... E' lì, lo Vedi... Vedi il frusciare dei sari colorati, l'odore di spezie e di fogna, d'incenso e di fiori appassiti, quando guardi il carnet dell'India. Vedi il lento scivolare delle imbarcazioni sul Mekong, l'afa, l'umidità che s'appiccica addosso, ammirando i disegni del Laos...

E' questo, questa magia, secondo me, a rendere unici e bellissimi i suoi carnet... secondo me e secondo tanti altri.
La pensano così anche i componenti della giuria del premio indetto dalla Fondazione Bally per la Cultura, che nel 2009 hanno eletto Gabriele Genini "Artista Bally dell'anno" premiando i suoi carnets de voyage sul Laos e su Angkor..
Il premio ci ha permesso di allestire lo studio, di rifornirlo con tutti quegli accessori (torchio, cavalletto, tele, pennelli e pigmenti) necessari in un vero Atelier, ma ha anche reso possibile il nostro meraviglioso viaggio in Giappone (nel 2010) e la realizzazione di un nuovo "racconto per immagini"...

Gaia Del Francia




mercoledì 23 febbraio 2011

A come Atelier




Dalla grande porta finestra la luce entra generosa, diffusa, gentile come un profumo che s'insinua in ogni anfratto.
Nella pozza di luce, le mani di Gabriele si muovono sapienti, leggere, agili come pesci in mare aperto. Dal loro navigare (su carta o tela) nascono sentieri, cammini, mappe e da lì paesaggi, orizzonti, territori, mondi...
Da pozza di luce l'Atelier si trasforma in galassia...
Amo perdermi in quel groviglio d'universi che a dismisura si dilata.
Amo tuffarmi in questo mare costellato d'arcipelaghi variopinti, inabissarmi, riemergere naufraga su una di quelle isole dai confini morbidi e sfumati.
Amo affacciarmi su quei mondi, sbirciarli in silenzio senza proferir giudizio, talvolta con falsa indifferenza, così come si curiosa nella quotidianità altrui da una finestra illuminata, aperta sulla sera.
Amo far passeggiare lo sguardo tra tele, fogli di carta, matrici inchiostrate... ma pure amo l'inciampo dell'occhio su pennelli e tavolozze sozzi di colore, pianeti abbozzati, creati per sottrazione con il non servito ad altri mondi.
Di questo piccolo spazio, che va moltiplicandosi in dimensioni più che superfici, amo il compiuto e l'incompleto, l'intero e l'avanzo che rimane, il visibile e ciò che soltanto è tangibile, celato allo sguardo, sognato, immaginato o solo immaginabile nella trama fitta dei raggi di sole che entrano da fuori...